26 March 2008

Presentazione della Società SITdA
Convegno “L’invenzione del futuroâ€

felli_1.jpg

Vorrei partire, innanzitutto, dalla relazione tra la costituzione di SITdA, Società Italiana di Tecnologia dell’Architettura e il titolo scelto per questo convegno: “L’invenzione del futuroâ€. Che relazione passa tra la costituzione di una società specifica sulla tecnologia dell’architettura ed il nostro futuro? La relazione sta tutta nel far precedere a “futuro†il sostantivo “invenzioneâ€. Costituendoci come Società di Tecnologia dell’Architettura intendiamo porci a diretto contatto con la realtà, con la forma della realtà costruita, partecipando attivamente alla sua costruzione futura. Ciò che non vogliamo è affidarci a un futuro scontato, fatto di decisioni improvvisate, dell’ultima ora – così come sta accadendo in questa bellissima città, la cui bellezza e notorietà sono state, in pochissimo tempo, mortificate, messe allo sbando ed esposte all’imbarazzo generalizzato. Vogliamo, invece, riunire le nostre energie, le nostre conoscenze, la nostra esperienza di ricercatori e di progettisti, per sostenere il futuro con la forza delle idee.
Così è stato, infatti, sin dall’inizio, da quando la Tecnologia dell’Architettura si è costituita come disciplina caratterizzante il campo progettuale, attorno a cui far ruotare temi come l’innovazione strategica, quindi l’invenzione vera e propria di strategie in grado di dare forma alle idee, dall’inserimento nel contesto, fino alla valorizzazione del dettaglio costruttivo.
La tecnologia infatti – come emerge dall’etimologia greca della parola (tekhnología, “trattato sistematicoâ€) è la sistematizzazione di una metodologia relativa a una particolare arte, che nel nostro caso è l’arte del costruire, quindi l’architettura. In tal senso la Tecnologia dell’Architettura non vuole emergere come disciplina che si contrappone alla Composizione Architettonica, come spesso si vuole fare apparire, ma come campo d’azione votato invece alla sperimentazione e perciò linfa per il mondo delle idee, e della loro caratterizzazione formale.
È nostra intenzione sfatare la classica contrapposizione tra la dimensione della “teoria†come pura contemplazione del regno delle “Idee†(di stampo platonico), e il piano del fare, di un fare costitutivamente compromesso con il mondo materiale e con la dimensione problematica ad esso legata.
La nostra società nasce anche in questo senso, come occasione di promozione, confronto, dibattito per trovare risposte realistiche al progetto, risposte “pensate†e “responsabiliâ€, che non intendono rinunciare a sognare ma che vogliono farlo “realmenteâ€, confrontandosi e contribuendo all’operatività delle trasformazioni in atto. Sempre, la libera ricerca estetica dovrebbe andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio, inteso come fondamentale bene comune.
I campi d’azione della nostra disciplina sono numerosissimi: dalla cultura tecnologica allo studio dei materiali, dalla progettazione ambientale alla manutenzione degli edifici, dalla gestione del processo edilizio – che oggi riteniamo debba essere improntato alla partecipazione attiva della committenza e degli utenti – ai controlli di qualità, dalle tematiche oggi irrinunciabili della sostenibilità del progetto fino alla sicurezza nei cantieri. Le conseguenze negative dell’incuria praticata rispetto a queste due ultime tematiche dimostrano e chiedono con forza l’impegno della ricerca.
È così che nel tempo siamo diventati interlocutori privilegiati soprattutto in merito alla gestione di progetti complessi – oggetto di riflessione di questo convegno -, di progetti dove la realizzazione delle idee comprende ricadute a vasto raggio, di grande portata per la comunità, per l’ambiente urbano nella sua interezza. In questi casi, l’entità di variabili presenti richiede una visione allargata dei problemi e una gestione strategica degli stessi, così come da sempre nel nostro settore disciplinare siamo abituati a fare. E sempre più vorremmo diventare interlocutori privilegiati. Perciò un convegno a Napoli, per sottolineare in modo simbolico l’urgenza di una maggiore responsabilizzazione degli enti e dei soggetti preposti alla gestione dei futuri progetti di sviluppo della città.

felli_2.jpg

La peculiarità della nostra disciplina ha origini lontane, ma ancora molto prossime, dato che alcuni dei suoi protagonisti sono qui tra noi.
È il caso di Eduardo Vittoria, al quale in questa occasione vogliamo conferire il titolo di Socio Onorario ed Emerito, per essere stato tra i primi a cogliere il senso del ruolo della nostra disciplina nel sociale, nata come orientamento per quel mondo delle idee che rischia sempre di fluttuare a vuoto se non adeguatamente valorizzato nella sua fattibilità. Vittoria è stato e continua ad essere un riferimento, colui che ha saputo coniugare il sapere umanistico con l’originalità dei risultati ottenuti, la ricerca con la progressiva acquisizione del “saper fare progettoâ€.
Accanto a lui oggi sono virtualmente presenti altri importanti compagni di viaggio come Giuseppe Ciribini, Pierluigi Spadolini, Marco Zanuso… solo per citarne alcuni. Tutte personalità d’eccezione e di grande rigore, che ci hanno indicato la strada da seguire, che hanno contribuito a fondare il volto poliedrico della nostra disciplina, con la loro attenzione a tutto ciò che di nuovo stava interessando la società in quel momento storico. Siamo agli inizi degli anni ‘60, in pieno clima di trasformazione, alle prese con il confronto con il “moderno†e con tutto ciò che da esso avevamo ereditato, anche e soprattutto in merito all’architettura, a quello che avrebbe dovuto essere. Una disciplina che secondo i grandi pensatori del Moderno avrebbe dovuto basarsi su principi di razionalità e di funzionalità estremi, così da realizzare soluzioni progettuali standard, valide a prescindere dalla specificità dei luoghi e delle loro caratteristiche.
Tutti temi che invece finiscono con l’essere ingrediente chiave della post-modernità, intesa come complesso di problematiche aperto sulla realtà, mai definito in senso univoco, la cui comprensione richiede perciò attenzione allo specifico, al particolare. È la “fine dei grandi racconti†secondo l’efficace formulazione di Jean-François Lyotard. È l’emergere della “complessità e delle contraddizioni in architettura†come scriveva in modo provocatorio Robert Venturi.
È in tale clima che maturano le idee di questi grandi personaggi della nostra disciplina, ognuno esplorando tale dimensione “complessa†della realtà, con la convinzione di voler attivare ricerca e curiosità nei confronti di un universo che da lì a poco sarebbe stato completamente trasformato dal passaggio dall’industria meccanica all’industria fondata sull’elettronica, la telecomunicazione e l’informatica, con tutto ciò che questo avrebbe significato in merito alla trasformazione del lavoro, del sapere e della politica nella loro totalità.
All’epoca le energie venivano spese in vista della fissazione di nuove metodologie progettuali, che ora dovranno confrontarsi con le specificità portate dalla evoluzione dei processi di produzione seriale. È questo il caso dell’affermarsi dei processi di industrializzazione nel settore edilizio e dell’industrial design come campo aperto di sperimentazione di modi e di stili di vita quotidiani, tematiche che prevedono l’elaborazione di strategie del progetto attorno a cui costruire veri e propri campi disciplinari che, in breve tempo, contribuiranno all’affermazione stessa di una identità per la Tecnologia dell’Architettura, come bagaglio di conoscenze che spazia e fornisce risposte laddove altre discipline progettuali apparivano poco preparate in termini di ricerca e di esperienza maturate. Basti pensare al contributo sperimentale offerto dalla messa a punto di metodologie d’indagine per realizzare “architetture di emergenzaâ€, uno specifico disciplinare fino ad allora poco esplorato nelle Facoltà di Architettura e tuttora attuale come dimostrano il convegno e il workshop organizzati a Firenze nel 2003 con il titolo “Emergenza del progetto. Progetto dell’emergenzaâ€, che hanno costituito una importante occasione per riflettere e confrontarsi sull’argomento, coinvolgendo le diverse sedi italiane delle Facoltà di Architettura.
Questa società, allora, nasce per valorizzare il lavoro di quei grandi maestri fondatori della disciplina, e per porre le future basi di sviluppo della stessa, in relazione a tutto ciò che nel frattempo ha reso sempre più urgente moltiplicare le attenzioni nei confronti dell’ambiente costruito, per non rischiare – come già ricordato – di dover subire gli effetti negativi di scelte frettolose e cieche. In tale direzione va lo sforzo di convogliare le diverse energie, chiamando a raccolta gli accademici, il mondo del lavoro e dell’imprenditoria, quello politico e – primo tra tutti – il mondo della ricerca, della produzione di energie intellettuali a servizio della comunità.
Non a caso la culla di SITdA è rappresentata da OSDOTTA, l’Osservatorio sul Dottorato di Ricerca nell’area della Tecnologia dell’Architettura, nato nel 1999 a Firenze con lo scopo di attivare un confronto tra i vari dottorati dell’area a livello nazionale, focalizzare nuove tematiche di ricerca, indirizzare gli sforzi verso una più organica gestione dei risultati, sensibilizzare i giovani alle problematiche più attuali del settore.
È partendo da queste basi, incentrate sul confronto e sulla moltiplicazione degli interessi, che ora SITdA, con questo primo convegno fondativo, intende assumere un volto riconoscibile all’esterno, fuori dall’aura dell’Accademia per incontrare il reale ai diversi livelli, incrociare i cammini e le esperienze, vigile nel recepire le peculiarità e le esigenze del mondo esterno come ogni professione a servizio degli altri dovrebbe fare. Certamente un riferimento per chi desideri guardare al futuro come campo aperto di acquisizione di saperi, sperimentazione, operatività, affidandosi allo strumento della ricerca multidisciplinare e alla ricchezza di punti di vista che ne scaturisce.
E i risultati sono già apparsi in questo breve ma denso cammino che la società ha fatto dal giorno della sua costituzione, poco più di un anno fa, a Firenze. Costituzione effettuata insieme ad alcuni colleghi soci fondatori che ringrazio sinceramente per l’impegno e la potenzialità delle idee finora messe insieme.
Ben due seminari hanno preceduto i lavori di questo convegno.
Il seminario tenutosi a Firenze l’11 e il 12 maggio 2007, con lo scopo di verificare lo stato di vitalità della nostra disciplina, riunendo i contributi scientifici provenienti da tutte le Facoltà di Architettura italiane, chiamate a rispondere, attraverso i vari docenti rappresentanti dell’area, a quattro sfide tematiche di ampio respiro: qualità/abitare; creatività/innovazione; sostenibilità/ambiente; competitività/sviluppo. Il seminario fiorentino, che ha visto la partecipazione di più di 150 docenti, ha rappresentato certamente una prima verifica positiva della utilità della costituzione della Società scientifica e della sua crescente influenza sulla realtà del progetto, grazie alla ricchezza dei temi di ricerca affrontati nei vari Atenei e che nel tempo hanno dato vita a vere e proprie scuole di risonanza europea.
Il seminario tenutosi a Lecco il 15 settembre 2007, un ulteriore momento di confronto nato con l’intento di incentivare il dialogo tra l’area della Tecnologia dell’Architettura e i settori disciplinari limitrofi, per non atrofizzare un cammino che deve arricchirsi di contributi, puntando sulla ricchezza dei saperi e delle discipline coinvolte negli aspetti speculativi del progetto.

felli_3.jpg
Paolo Felli

Gli atti di entrambi i seminari sono reperibili sul sito Internet della società, che abbiamo voluto creare per accelerare i tempi di divulgazione delle diverse iniziative, così come della ricerca di settore, quindi per stimolare il dibattito pubblico sulle tematiche della Tecnologia dell’Architettura. Sito Internet che intendiamo incoraggiare e promuovere all’esterno, come interfaccia attiva della società e del suo cammino (www.tecnologi.net).
Vorrei ora congedarmi da voi innanzitutto ringraziando tutti i presenti per l’attenzione dimostrata in questi mesi di vera e propria gestazione della società, sostenendo e incoraggiando le diverse iniziative. Il mio intento era proprio quello di arrivare a questo primo confronto pubblico con un volto della società che contenesse in sé tutti i germi futuri di una sua possibile evoluzione. E oggi la vostra presenza è una conferma di essere riuscito, per lo meno, a raggiungere questo obiettivo. Ora SITdA è un network di forze intellettuali pronto a rastrellare futuro, anche cogliendo la specificità di un momento storico che ha bisogno di ritrovare fiducia in quel futuro. Un network che, come già detto, trarrà nutrimento proprio dal contatto con la realtà e dalla possibilità di essere operativi ed incisivi nella formazione dell’ambiente costruito. Questo grazie all’impegno di tutti e, in particolare – mi auguro – delle nuove generazioni che vorrei considerassero i miei sforzi di costituire una società come quelli rivolti alla nascita di una effettiva “dimora†per le loro attività in ogni settore dove la Tecnologia dell’Architettura può assumere un ruolo attivo, in particolare laddove si tratti di “inventare futuroâ€.
Concludo con una sorta di augurio per la città di Napoli che ci ospita e per la nostra Società, riprendendo il pensiero del nostro maestro Giuseppe Ciribini. A proposito del concetto di innovazione, Ciribini così affermava: “L’atto innovativo, per avere un valore, per essere chiave interpretativa di un mondo dominato dalla scoperta e dal rischio, per essere veramente creatore di nuove potenzialità per l’uomo, dovrà essere attuatore dell’improbabile e inventore dell’inesplorato, presentandosi quale elemento di rottura, di discontinuità e di disordine in un ambiente di perseveranza normativa che, anche quando denuncia sintomi di apparente novità, lascia tutto in uno stato di tranquilla continuità e di razionalità senza scopo. Il vero senso dell’innovazione consisterà, allora, nel farsi progetto, cioè nel coprire lo spazio nel quale essa disveli la sua potenza creatrice […]. E a causa di quel carattere progettuale, operante appunto nell’alveo dell’improbabile e dell’inesplorato, essa potrà considerarsi avventura esistenziale, collocata in un mondo in cui il ruolo dell’uomo sia ancora quello di protagonista, depositario di una scintilla di libertà e non di esecutore di un cammino che lui stesso iniziò un giorno a tracciare, ma che è divenuto sempre meno suo e che lo tiene prigioniero di una scientocrazia ormai acefalaâ€.

Paolo Felli

Napoli 7 marzo 2008

stampa

torna su

17 March 2008

L’invenzione del futuro: un’arte del costruire

eduardo_vittoria.jpg
Eduardo Vittoria

Negli anni Settanta del Novecento ci fu un primo avvio di riforma della Facoltà di Architettura che successivamente, dieci anni dopo nel 1980, entrò a far parte (Legge n.28 e D.P.R 382 del 1980) del nuovo Sistema Universitario Italiano fondato sulla “Sperimentazione Organizzativa e Didatticaâ€. Sperimentazione che individuava due tipi di organismi universitari, i Dipartimenti e i Corsi di Laurea. Non è il caso ora di ripetere avvenimenti e iniziative a tutti noi più che note, ma di riaffermare il concetto che questa struttura dualistica metteva in crisi la stessa istituzione della Facoltà, nata, all’origine, proprio come organismo didattico e scientifico omogeneo responsabile della formazione universitaria. Dal 1980 ad oggi sono passati quasi trent’anni, molte discipline si sono modificate e molte competenze professionali e tecniche si sono ampliate, ma sono rimaste intrappolate nella burocratizzazione culturale e amministrativa degli studi che hanno reso difficile, nel bene e nel male, qualsiasi innovazione. In particolare per la Facoltà di Architettura ciò ha significato una sostanziale ripetizione delle attività progettuali lungo percorsi conoscitivi, inventivi e critici ormai desueti che non riconciliavano più l’uomo con i problemi evolutivi dell’abitare. Problemi che credo possono trovare una loro identità nell’articolazione plurale del movimento e dell’infinito.
Le Corbusier aveva sintetizzato la rappresentazione del mare in quanto “espressione di movimento e di orizzonte senza fine†in un appunto del luglio 1965, prima della nuotata mattutina dove fu colto dalla morte nel mare aperto del Mediterraneo, di fronte al Cabanon di Cap Martin. Restando però testimone ineguagliabile di intelligenza, sensibilità inventiva, presenza culturale polemica, impegnato fino in fondo nella difficile opera di tradurre in spazio abitabile sensazioni e immagini adeguate ai cambiamenti della società e dei suoi innovativi modelli esistenziali. Mi piace ricordare “l’orizzonte senza fine lecorbusieriano unendolo allo stesso concetto dell’infinito leopardiano nascosto “dalla siepe dell’ermo colle†e contrastare così le accuse mosse agli architetti responsabili di opere che si lasciano sedurre da un pensiero creativo narcisistico, fine a se stesso, derivato da una lunga catena di interconnessioni e interdipendenze patologiche che finiscono con lo squilibrare la conformazione armonica dei nostri limitati spazi di vita. Spazi che invece dovrebbero aprirsi a un continuum ambientale senza confini stabili per lasciare libera la natura di rappresentare le forme e i segni cangianti del mondo e del tempo.
Quali siano questi segni e come si realizzano è difficile dirlo: visto che lo spazio abitato investe tanti elementi della natura fisica e intellettuale sui quali si fondano le possibilità inventive del costruire. E allora mi sembra opportuno riprendere in esame quella “Art de batirâ€, arte di costruire, che estende il proprio raggio d’azione all’intera area ambientale, da trasformare in nuovo environment, valendosi di tutti gli strumenti della cultura moderna: da quelli letterari e filosofici a quelli empirici e pragmatici. Simboli dell’inquietante e instabile ricerca di una spazialità abitativa sostenuta dalla consistenza materica. Una consistenza finalizzata a sostituire la pesantezza con la leggerezza, l’opacità con la trasparenza, lo statico con il dinamico, cioè a liberare il nostro rapporto con la realtà esistenziale quotidiana da una visione costruttiva ripetitiva di schemi geometrici e forme classiche ordinate secondo principi ormai un po’ bigotti.
Allora mi sembra opportuno riprendere quella locuzione “Art de batirâ€, di origine francese che Jacques-Francois Blondel poneva in discussione riprendendo le leggi della natura e della ragione dell’utopismo simbolico dei rivoluzionari francesi, da Ledoux e Boullee. Leggi che lo stesso Blondel assumeva come indirizzo culturale dell’Ecole des Arts che fondava a Parigi nel 1743 e di cui pubblicò i corsi, essendo stato tra l’altro anche nominato da Diderot curatore dell’architettura per l’Encyclopedie.
“Art de batir†che riprendeva in un certo senso il significato greco della technè (teoria-arte-scienza) per esprimere anche il divenire dell’abitare tra astrazione dell’arte e concretezza del costruire. Una astrazione che oggi ci consente di approfondire quella cultura materiale che può essere considerata la vera fonte ispiratrice del processo inventivo dell’habitat, se si assume la poetica delle belle arti come modalità unificante dei due termini, progettistico e progettuale, che si completano a vicenda nel lavoro di progettisti che hanno competenze culturali e disciplinari diverse, comunque fondate sulla conoscenza del sapere umanistico, scientifico, tecnologico, programmatico. Saperi che contribuiscono a riaffermare quel progetto sperimentale indispensabile alla produzione degli oggetti fisici ideati, disegnati, progettati, e soprattutto pensati per un più confortevole e equilibrato spazio esistenziale della vita quotidiana, sfuggendo alla soffocante logica delle consuetudini e delle mode mercantili.
In questo senso l’architettura, o almeno ciò che ancora oggi viene così denominato, è solo una parte del paesaggio abitato che invece deve tenere insieme e incorporare idee e manufatti dell’intera realtà ambientale, tessendo relazioni con altri saperi, con altri linguaggi, con altre esperienze, come è avvenuto dopo gli anni ‘50 in una Italia che usciva da una lunga civiltà rurale e si affacciava al benessere neo capitalista anche sollecitata dalla presenza del neo marxismo e, da quella pedagogia del dissenso che, nel quarantennio che va dal 1968 ad oggi, ha coltivato, attraverso la politica, l’arte, la letteratura, il costume, il sogno di cambiare il mondo.
Oggi noi, più modestamente, ci proponiamo solo di sottrarre l’arte di costruire alla solitaria presenza dell’architettura (già Buckminster Fuller negli anni Trenta proponeva di sostituire la parola architettura con “design ambientaleâ€), per approdare ad un pensiero concreto che investe l’insieme degli oggetti, dei manufatti delle colture agrobiologiche caratterizzanti i luoghi dell’abitare negli insediamenti umani. Sviluppando la percezione intellettuale e sensoriale dello spazio che tuttora è alla base della nostra civiltà e che trova una lontana e inedita testimonianza nella “città ideale†di ispirazione albertiana, costituita da oggetti, edifici, intere piazze cittadine messe in prospettiva dai maestri delle tarsie lignee e espressa nella tavola dipinta di Urbino, compagna di quella di Berlino e di Baltimora.
Sull’uso del paesaggio che diventa coscienza non solo plastica del progetto ambientale, mi interessa citare un lungo articolo di Italo Calvino, pubblicato dal Corriere della Sera del 24 dicembre del 1967, ripreso l’anno scorso da Piergiorgio Odifreddi, matematico dell’Università di Torino e dell’Università di Cornell, nonché raffinato interprete del nostro patrimonio culturale.
In quell’articolo Italo Calvino definiva Galileo “il più grande scrittore della letteratura italiana†e precisava il suo pensiero su due piani: il primo rivelava che “Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica (…) il secondo notava che Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariostoâ€. Anche Leopardi nello Zibaldone ammira “la prosa di Galileo per la precisione e l’eleganza congiuntaâ€.
Calvino è un razionalista tenace e dubbioso, ma soprattutto è uno scrittore ispirato dal fantastico e dal possibile annidati nel corpo della realtà secondo geometrie utopiche di una mappa del mondo in perpetuo divenire. Lo scrittore italiano più apprezzato di fine ‘900, dotato di una intelligenza critica originale, descrive strutture fisico-simboliche virtuali nell’ambito di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile. In questo scibile rientra il dialogo galileiano sopra i due massimi sistemi del mondo per la conoscenza analitica che diventa anche racconto saggistico in forma fiabesca. Calvino, dal canto suo, nei viaggi virtuali delle sue “città invisibiliâ€, racconta uno spazio virtuale che non è più a misura d’uomo, per cambiare così il senso e i connotati di una pedissequa visione e conoscenza della città e degli oggetti che la rendono visibile. Si tratta di un altro tipo di insediamento umano, nel contesto della globalizzazione e della eventuale diversità delle vite, dei saperi e delle politiche che consentono l’incontro con ciò che viene nominato come altro, cioè con quanto radicalmente può essere diverso da noi ma di cui abbiamo bisogno per condividere l’appartenenza ad uno spazio abitativo luminoso e fluente, rappresentazione poliedrica dell’arte di costruire per noi stessi e per gli altri.
In conclusione l’Università, come dimostra tutta la sua storia, è una istituzione che tende a cogliere le ansie di cambiamento latenti nella società anche per trasformare le proprie strutture e renderle sempre più rispondenti, da un lato, alle esigenze dei suoi utenti, giovani contestatori o sperimentatori, dall’altro a quelle dei suoi docenti insegnanti, non solo di nozioni, ma della vitale riflessione sullo spazio critico e storico del divenire. Personalmente condivido l’idea di quanti ritengono opportuno sostituire al modello dell’Universitas studiorum, ormai diventata essenzialmente statica e accentratrice, sistemi universitari coerenti, interagenti e strutturati, nel nostro caso, per laboratori centri inventivi e sperimentali in grado di approfondire il futuro dell’arte di costruire. Trentanni sono l’arco di una generazione e i problemi connessi con l’architettura nelle sue implicazioni con l’ambiente, la città, il territorio, il prodotto industriale, presuppongono una qualificazione non più coincidente con quella reputata necessaria per l’esercizio professionale.
Ora, prendendo spunto dal Convengo che avete organizzato su “L’Invenzione del futuroâ€, mi sembra opportuno suggerire la costituzione di un centro studi indirizzato all’â€Art de Batir†(arte di costruire). Vera e propria officina sperimentale produttrice di idee e oggetti, aperta al lavoro individuale e collettivo di studenti e docenti animati da un sapere critico e dubbioso, nonché guidati da una intelligenza pluridisciplinare sulla forma più appropriata a designare la molteplicità immanente della natura naturans, principio e ragione, di memoria spinoziana, che può ben assicurare anche la forma del futuro paesaggio umanizzato e abitato del ventunesimo secolo.

Eduardo Vittoria

Napoli, 8 marzo 2008

stampa

torna su

11 March 2008

Eduardo Vittoria Socio Onorario di SITdA

vittoria_1.jpg

La SiTdA, nel conferire a Eduardo lo status di Socio onorario ed emerito della Società, ne sottolinea la singolare figura di intellettuale e progettista, e l’impegno, professionale e civile, che ha contraddistinto la sua attività di architetto, pubblicista, docente universitario e pubblico amministratore.
Segnato profondamente dall’esperienza olivettiana (vero e proprio crogiolo di formazione, negli anni del dopoguerra) testimonianza feconda di una rinnovata cultura industriale intesa a conciliare i crescenti bisogni dell’uomo moderno con i processi trasformativi del paesaggio, Vittoria trasferisce lo slancio utopico di quel periodo in una sempre aggiornata riflessione sul senso dell’architettura nel mondo contemporaneo e sulle tecnologie innovative che possono trasformarla da pura riflessione su regole formali astratte in concreta occasione di sperimentazioni. Verso la metà degli anni Settanta del Novecento, insieme a significative personalità di studiosi e progettisti quali Giorgio Boaga, Giuseppe Ciribini, Enzo Frateili, Pierluigi Spadolini, Marco Zanuso, e altri, svolge un ruolo-chiave nella fondazione dell’area disciplinare della Tecnologia dell’Architettura come attualmente connotata e già definita, nel convegno di Firenze (1974), “la disciplina di regolazione dei processi di trasformazione dell’ambiente in vista di un rinnovato controllo socialeâ€. Una definizione che, superando la nozione del costruire inteso come operazione ancillare dell’ideazione progettuale, considera la tecnologia come uno statuto eminentemente interdisciplinare capace di trasferire nel progetto ambientale la crescente complessità del mondo industriale contemporaneo. La ricerca tecnologica diviene quindi, eminentemente, fondazione sperimentale del progetto, il crocevia per riconnetterne insieme tutte le componenti scientifiche, estetiche, storiche e antropologiche a esso collegabili.
Il progetto si apre così a recepire tutte le possibili strumentazioni e trasferimenti di tecnologie che ne consentono la progressiva innovazione, modificando radicalmente i modi di concepire la forma ambientale: ora sono le possibilità trasformative intrinseche della materia, a determinare le scelte formali, attraverso una sperimentazione che muove dallo studio sistematico del mutevole evolversi delle esigenze abitative dell’uomo. Su tali basi l’area si sviluppa intorno a possibili declinazioni di una concezione in quegli anni fortemente innovativa rispetto al panorama delle Facoltà di Architettura italiane: quella dell’esistenza di una cultura del design in grado di ricomporre in una sostanziale unità metodologica tutte le componenti dell’abitare umano (dal sistema degli oggetti, agli spazi dell’architettura e della città, ai sistemi ambientali). Tali componenti sono da indagare non solo attraverso i loro caratteri formali, ma anche attraverso i materiali, le tecnologie, i processi, le norme e le strategie che ne rendono possibile l’efficace e responsabile realizzazione, nella convinzione che la qualità dell’ambiente complessivo entro cui l’uomo vive non dipende solo da quella di sue singole parti, ma dalla qualità delle connessioni che i progettisti sono in grado di istituire tra tali parti e il tutto.
Il continuo sforzo intellettuale per approfondire questi concetti e farne oggetto di sempre rinnovate sperimentazioni fa di Eduardo Vittoria una figura emerita da indicare alle più giovani generazioni di architetti e di designer affinché comprendano l’importanza di trasformare la loro innata creatività in matura progettualità da mettere al servizio del nostro Paese.

Il Presidente Paolo Felli e il Comitato Tecnico di SITdA

Napoli 8 Marzo 2008

vittoria_2.jpg
Il folder di Socio onorario consegnato a Eduardo Vittoria siglato dal Presidente Polo Felli e da tutto il Network Tecnologi

stampa

torna su

10 March 2008

Consiglio direttivo SITdA

direttivo_sitda.jpg
Il seggio elettorale presieduto dal prof. Graziano Trippa
Clikka sull’immagine per ingrandirla

Il 7 e 8 Marzo si è svolto a Napoli, con una larghissima partecipazione di pubblico, il Convegno “L’invenzione del Futuro†inteso dalla SITdA quale momento fondativo e occasione di presentazione ufficiale della Società al mondo istituzionale, alla stampa, alle committenze pubbliche e private, alle stesse organizzazioni di produzione del Paese.
Le interlocuzioni, i contenuti e i momenti salienti del Simposio partenopeo saranno resi disponibili progressivamente on line.

In chiusura del Convegno si è svolta l’Assemblea dei Soci con l’approvazione del Regolamento e l’elezione dell’Organo esecutivo della Società.
Il primo Consiglio Direttivo di SITdA, eletto dai circa trecento soci aventi diritto al voto, è risultato formato dai seguenti Soci:

prof. Alfonso Acocella Università di Ferrara
prof. Corrado Baldi Politecnico di Milano
prof. Maria Cristina Forlani Università di Chieti-Pescara
prof. Paolo Felli Università di Firenze
prof. Rosario Giuffrè Università Mediterranea di Reggio Calabria
prof. Mario Lo Sasso Università di Napoli Federico II
prof. Fabrizio Orlandi Università di Roma La Sapienza
prof. Roberto Pagani Politecnico di Torino
prof. Maria Rita Pinto Università di Napoli Federico II
prof. Fabrizio Schiaffonati Politecnico di Milano
prof. Ferdinando Terranova Università di Roma La Sapienza

stampa

torna su

8 March 2008

L’INVENZIONE DEL FUTURO.
Eduardo Vittoria: socio ad honorem di SITdA

socio.jpg

stampa

torna su