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DENISE DE LUCA
IMPARARE DALLA NATURA
BIOMIMETICA: INNOVARE ISPIRANDOSI ALLA NATURA
Nel 1997 Janine Benyus ha coniato il termine biomimetica (“biomimicryâ€) in occasione della pubblicazione del suo libro Biomimcry: Innovation Inspired by Nature. Benyus, biologa e scrittrice, definisce la biomimetica come la “cosciente imitazione del genio della naturaâ€. In altre parole, la biomimetica è uno strumento per il progetto, basato sull’emulazione delle strategie adottate dalle varie specie presenti in natura, per migliorare le prestazioni delle tecnologie da noi adottate – qualunque tecnologia: dalla produzione del colore, a quella dell’energia. Lo scopo della biomimetica è inventare prodotti e processi, politiche pubbliche e aziendali – nuovi modi di vita – molto più adatti a garantire la vita sulla terra nel lungo periodo.
Se non avete mai sentito il termine biomimetica prima d’ora, molto probabilmente avrete visto invenzioni bioispirate in azione. Il velcro, per esempio, è stato inventato imitando una strategia naturale quale la capacità dei semi di alcune piante di aggrapparsi al pelo degli animali. Piegare un materiale per aumentare la resistenza senza incrementarne la quantità è una strategia propria di alcune conchiglie. I pannelli solari imitano quella capacità delle foglie di convertire l’energia solare in una forma direttamente utilizzabile di energia. Gli scienziati che si occupano di biomimetica nelle varie parti del mondo cercano di individuare le migliori idee della natura e di convertirle in soluzioni progettuali sostenibili. Questi innovatori stanno sviluppando tecnologie in grado di permettere di aderire come le zampe del geco, di raffrescare gli edifici come avviene nei termitai, di produrre fibre ottiche ispirate dalle spugne marine, di respingere I microbi come fanno alcune alghe marine, di amministrare la complessità ispirandosi a una foresta di sequoie. In questo modo si può imparare a fare della natura un modello per innovative soluzioni progettuali.
La natura può anche costituire la misura della sostenibilità dei nostri progetti. La biomimetica, infatti, applica uno standard ecologico per giudicare la “correttezza†delle innovazioni. Questi standard sono rintracciabili nei “principi della vitaâ€. In altre parole dopo 3,8 miliardi di anni di evoluzione, la natura ha imparato che cosa funziona, che cosa è appropriato e che cosa dura nel tempo. Più siamo in grado di portare il nostro mondo tecnologico a funzionare come la natura, più a lungo possiamo sopravvivere su questo pianeta che è nostro ma non solo nostro.
Molti percepiscono nella biomimetica la possibilità di vedere oltre il tavolo di disegno – forse per la prima volta. “La biomimetica è un nuovo modo di vedere e valutare la natura basato non su cosa possiamo estrarre da essa ma su cosa possiamo imparare†(Janine Benyus). Questo deve indurre noi progettisti a intendere la natura non come un serbatoio di risorse da cui attingere, bensì come una riserva di conoscenze, informazioni, ispirazioni. Possiamo rivolgerci alla natura come a un maestro che ci insegni come integrarci nei suoi sistemi.
R E E N A T I W A R I
INTEGRARE LE COMUNITÀ MARGINALI
VERSO UNA CITTÀ COESA
Rendere vivibile la città , riscontrare le esigenze dettate dalla sostenibilità , affrontare la lenta fine del petrolio e i cambiamenti climatici sono parti dello stesso problema. Chi si occupa dei problemi della città deve trovare soluzioni credibili per affrontare queste urgenti scadenze. Sarà però tutto inutile fino a quando l’intera collettività urbana non si attiverà per rendere le città vivibili – sicure, protette, ambientalmente coerenti e belle. La distanza che separa la gente dall’ambiente urbano è oramai chiaramente denunciata dalla crisi di identità , dal consumismo, dalla polarizzazione sociale. Oggi circa tre miliardi di persone vivono nelle città . Un terzo di queste vive nei vasti agglomerati di baracche. Questo numero raddoppierà nei prossimi trent’anni fino a raggiungere i due miliardi (secondo le stime dell’UN-Habitat) se non verranno attuate serie politiche per affrontare i problemi. Nelle megalopoli indiane dal 30% al 60% degli abitanti vive negli agglomerati di baracche. Il 93% della offerta di manodopera viene da quello che sia chiama il “settore informale†come viene da questo settore il 64% dei risparmi che alimentano l’economia. Il “settore informale†trova la sua residenzialità e i suoi servizi esistenziali proprio nei grandi agglomerati di baracche. (NSSO 2002).
L’economia informale qualifica quindi queste aree urbane e questa struttura residenziale come luoghi di produzione di merci e servizi che sono essenziali riferimenti dell’assetto sociale e delle interazioni collettive di questa fascia di popolazione. Ciononostante la gente che vive nelle baraccopoli è completamente marginalizzata rispetto al resto della società urbana. Dove si collocano? Dal momento che operano e si sviluppano al di fuori del controllo formale dello Stato, non fanno legalmente parte della città e non appartengono ad altre strutture del sistema insediato come i villaggi. Risiedono in una zona limite che si può collocare a metà fra l’ordine e il caos, fra la stabilità e l’instabilità . Gli abitanti dell’area “marginale†sopravvivono e si sviluppano con un minimo se non nella completa mancanza di servizi infrastrutturali (acqua, elettricità , servizi igienici e fogne, scuole e trasporti). I tentativi di integrare questa urbanizzazione informale nella struttura regolare degli insediamenti si sono a volte basati su azioni di riqualificazione in sito introducendo nuove morfologie spaziali che hanno dato luogo a rifiuto sociale. Un altro approccio è stato quello dello spostamento di queste comunità in altre aree nella periferia delle città ma è stato solo uno spostamento del problema non una soluzione. Di fronte a queste esperienze ci si chiede se ci siano altri modi di intervenire negli assetti spaziali insediati esistenti e di individuare i problemi per mezzo di partecipazione democratica e di delega del potere. Di fronte alla rapida crescita degli insediamenti marginali di baracche diventa nodale affrontare ed esplorare conoscitivamente le geografie urbane marginali esistenti e il loro rapporto con la città ufficiale – tra la povertà urbana e la società affluente. Cosa succederà nella Città Tecnologica del Futuro con l’aumento della immigrazione e della dipendenza globale ci sarà un aggravamento della polarizzazione e della marginalità ? o si troveranno invece i modi di utilizzare la potenza degli strumenti della tecnologia e degli affetti sia della società garantita, che di quella marginale per fare una Città per la gente, della gente e dalla gente, capace di riscontrare i problemi della urbanizzazione rapida e della massiccia immigrazione.
ALEXANDROS N . T OMBAZIS
TECNOLOGIA E ARCHITETTURA
ECO-TECNOLOGIE O PROGETTAZIONE ECOLOGICA?
L’architettura vernacolare è di grande importanza per gli architetti nel mondo della globalizzazione, perché costituisce un’enorme fonte dalla quale imparare senza copiare. Copiare queste architetture sarebbe, infatti,senza senso tranne che per azioni di pura estetica formale. È solo dopo la prima crisi del petrolio, a metà degli anni ’70, che nasce l’architettura definita “solareâ€, caratterizzata da un particolare interesse per la conservazione dell’energia. Sebbene questa prima fase, a causa del design molto rudimentale, abbia avuto poca influenza sull’architettura tradizionale di quel periodo, negli anni ’80 e ’90 si è assistito a un numero crescente di realizzazioni e allo sviluppo di un approccio progettuale più olistico.
Ho cercato, negli anni, di sensibilizzare i colleghi sul concetto del “less is beautifulâ€, in altre parole sottolineare che la progettazione bioclimatica è qualche cosa di più di una questione legata all’economia e alla sostenibilità . Credo che non ci sia più tempo da perdere. Di fronte ai cambiamenti climatici che conosciamo così bene, è un nostro obbligo progettare e pensare in maniera eco-logica, la quale, dopo tutto, non dovrebbe generare solo architettura. Nel mondo attuale, dove si vede un’estrema tirannia delle forme e una continua morpho-competizione, l’elemento chiave, in grado cioè di tenere insieme le varie discipline, potrebbe, sempre di più, essere un approccio ecologico alla progettazione inteso come aspetto complementare di quello che è sotto molti punti di vista considerato così positivo: il globalismo.
La presentazione sarà integrata con esempi tratti dai progetti dello studio A. N. Tombazis e Associati.