25 May 2009
Interviste ai protagonisti di Cityfutures
Alexandros Tombazis

D: Cosa pensa dell’architettura della nuova Fiera di Milano che ospita MADE EXPO?
R: Penso sia un’architettura d’effetto, adatta alla sua funzione perché unisce i diversi edifici grazie ad una promenade coperta attraverso la quale ci si può spostare da una funzione all’altra. Credo che da questo punto di vista sia un vero successo. Ritengo, inoltre, che per questo tipo di destinazione d’uso, sia importante avere un edificio d’impatto, in grado di rimanere scolpito nella memoria. Ho solo un dubbio, dettato più che altro dal fatto che non conosco in dettaglio come l’edificio si comporti dal punto di vista della sostenibilità , che riguarda la presenza di grandi superfici vetrate. Infatti, è possibile che si verifichi un surriscaldamento estivo degli ambienti tale da aumentare notevolmente la quantità di energia necessaria per il condizionamento.
Lee Schipper
D: Come si può eliminare la contraddizione esistente tra la necessità di flessibilità e mobilità individuale e il continuo aumento di emissioni di GHG nei paesi in corsa per lo sviluppo?
R: Non possiamo prenderci la responsabilità di impedire la mobilità individuale, in quanto il problema non è far fronte ad una contraddizione ma riportare un certo equilibrio. Bisogna garantire ad ogni persona un ambiente di vita salubre senza andare molto oltre. Quello che possiamo fare è introdurre delle tasse sulle emissioni di carbone e sul traffico per incentivare la mobilità pedonale. In questo modo, portando la discussione su un piano economico, le persone cambieranno il modo di valutare la loro mobilità individuale
D: Se lei fosse invitato a studiare il piano dei trasporti di Shanghai, quale sarebbe secondo lei la migliore soluzione per questa città ?
R: In realtà , ho lavorato con Lu Jimin che si è occupato della pianificazione dei trasporti a Shanghai. Lu non condivide il mio lavoro. Il problema principale è che Lu Jimin è a favore dell’uso dell’automobile come la maggior parte delle persone nel mondo. Lu è della mia generazione e quando era giovane non c’erano automobilimacchine in Cina. La stessa cosa, d’altronde, è avvenuta prima negli Stati Uniti e in Europa. Nel giro di una generazione tutti hanno sentito il bisogno di avere un’a automacchina e non possono, oggi, immaginare di vivere senza. La diffusione dell’uso dell’automobile è stata molto veloce. Il problema, secondo me, è che in Cina non hanno compreso bene che cosa comporti l’uso massiccio dell’auto. Se la Cina non riduce il traffico, il collasso causato dall’improvvisa densità di automobili sarà di grandi dimensioni. Questo è quello che penso.
D: Perciò quello che suggerisce ai cinesi è di non possedere un’auto propria ma di utilizzare i mezzi pubblici?
R: No, non sto dicendo questo. Il problema non è se bisogna o meno possedere una automobilemacchina. Il problema è che potrebbe non esserci abbastanza spazio per la macchina. Come si risolve il problema dello spazio? È ovvio che ognuno può possedere un’autoa macchina, ma dove la parcheggia?
Ci possono essere alcune soluzioni: una è rendere difficile l’uso della automobilemacchina, un’altra è valutare come usarla. Shanghai ha reso costoso il fatto stesso di possedere l’automobileuna macchina ma non il modo in cui usarla. La cosa migliore è ragionare su come poter utilizzare al meglio lo spazio a nostra disposizione.
Penso che la Cina e gli USA si assomiglino molto. Entrambi non possono eliminare le emissioni di GHG adesso perché hanno bisogno di sviluppare l’economia.
La Cina, però, non ha bisogno di ripercorrere tutti gli errori compiuti dagli Stati Uniti. Può scegliere di costruire edifici e città migliori e di usare meno automobilimacchine, oppure può comportarsi allo stesso identico modo degli USA.
D: Per concludere, il modo migliore per la Cina di controllare le emissioni dovute al traffico è di sviluppare un buon sistema di trasporto pubblico?
R: Migliorare non sviluppare, migliorare. La Cina possiede già un sistema di trasporto pubblico. Una strategia potrebbe essere l’aumento delle ore di esercizio di questi servizi. Questo è il modo migliore, secondo me.
George Kunihiro

D: Dalla storia e dalla cultura impariamo che la città orientale e la città occidentale sono molto differenti l’una dall’altra. Nell’ottica della globalizzazione, come sarà la città in futuro?
R: Penso che se parliamo di globale e di locale oggi, nel mondo globalizzato, dobbiamo ricordare che per globale si intende diffuso, in quanto ogni cosa è connessa nello stesso momento. Alcuni anni fa, quando vivevo in America, cercavo di essere Americano, ognuno cerca di essere Americano. Ma adesso non bisognerebbe più agire più in questo modo, io non potrò mai essere americano. È, infatti, più importante essere noi stessi pur mantenendo una comunicazione universale. Bisogna essere globali e locali allo stesso tempo. Occorre mantenere ogni sorta di identità . Perciò io non penso che dobbiamo farci spaventare dalla globalizzazione ma piuttosto essere preoccupati per i paesi in via di sviluppo per evitare che la loro crescita passi attraverso i nostri stessi errori. È come dire ad un bambino che non deve fare una certa cosa perché è sbagliata, lui sa di sbagliare ma lo fa lo stesso e si fa male, il bambino non ascolta. Lo stesso avviene con i paesi in via di sviluppo. Loro non ascoltano il mondo perciò spesso rifanno i nostri stessi sbagli. Noi non riusciamo a controllare questo processo. Il pericolo è che questi paesi vogliano diventare occidentali come tutti gli altri. I Giapponesi volevano diventare Americani e ci sono riusciti. Abbiamo perso tutto e abbandonato la nostra cultura. Questo è il trend, per quanto non penso che porti problemi ai paesi sviluppati di certo ne genera per quelli in via di sviluppo. Ecco perché credo sia importante organizzare questo genere di conferenze, per far capire alle comunità locali che vogliono arricchirsi di non agire in questo modo.
Gary Lawrence

D: Qual è il consiglio più importante che lei può dare alla città di Milano per la trasformazione che sta avvenendo in relazione all’EXPO di Milano 2015?
R: Penso che molte città coinvolte negli Expo abbiano creato monumenti all’evento invece di pensare ad investimenti fondamentali che avrebbero potuto influire sul ruolo della città in futuro; perciò la cosa più importante per me è di concentrarsi su quello che succederà alle persone che devono vivere nella città non per quelle che verranno a visitarla.
D: Che cosa può fare la tecnologia per il futuro della città ?
R: Molte persone credono che la tecnologia sia la risposta giusta, io credo però che occorra anche un cambiamento dello stile di vita delle persone. Infatti, mentre la tecnologia migliora la vita delle persone, il loro comportamento influenzacausa la riduzione dei consumi. Questo è il campo su cui occorre focalizzare la nostra attenzione.
D: Qual è la principale strategia nell’approccio mondiale di ARUP sullo sviluppo urbano?
R: La nostra strategia principale è il progetto integrato, ovvero noi dobbiamo riconoscere fin dal principio che tutti i sistemi all’interno delle dentro la nostrea città sono connessi l’un, l’altro e che investimenti in un luogo hanno forti effetti in altri sistemi urbaninel sistema di un altri paesi; perciò capire queste relazioni finisce per essere una motivazione chiave quando ci si prende cura di una città .
Certamente vogliamo ridurre il consumo delle risorse, creare ambienti più salubri, ridurre l’uso di combustibilicarburanti fossili per i nostri veicoli e cose di questo genere, tuttavia per indirizzare le nostre rispostetutte queste domande bisogna capire come formare sistemi integrati per massimizzare il beneficio per la gente.
Denise DeLuca, Biomimicry Institute

D: L’innovazione biomimetica può interessare esiti formali (shallow biomimicry), può essere di processo e di organizzazione dello spazio (deep biomimicry). Come si articola il metodo biomimetico?
R: Nel corso della conferenza non ho trattato la metodologia dei processi biomimetici. È un argomento delicato, spesso mal recepito da chi si avvicina alla ricerca bioispirata. Infatti, ho notato come, specialmente gli architetti, chiamino biomimetico un progetto, un oggetto, una soluzione che parte da un processo di emulazione (sviluppo di soluzioni basate su modelli naturali). Il metodo biomimetico è invece differente. L’emulazione è solo il quinto step della metodologia elaborata e proposta dall’Istituto Biomimetico.
La tecnica biomimetica è assimilabile ad un processo a spirale che ruota intorno a sei tappe fondamentali, percorse almeno due volte per ogni progetto.
La prima è l’identificazione, lo sviluppo di uno schema delle esigenze umane. Segue l’interpretazione: la traduzione dello schema in termini biologici e la conseguente definizione di parametri. Si passa quindi alla scoperta di modelli biologici in grado di incontrare/rispondere ai parametri dello schema iniziale. L’abstract costituisce il quarto passaggio nel quale si identificano i modelli e si crea una classificazione tassonomica. Si arriva quindi all’emulazione, passaggio nel quale si sviluppano soluzioni progettuali basate sui modelli biologici. La valutazione costituisce l’ultimo step e permette di confrontare le soluzioni con i principi della vita. A questo punto si è pronti per ricominciare: identificazione intesa in questo caso come sviluppo di un nuovo schema, questa volta a partire da esigenze evidenziate dai principi della vita.
D: Spesso si fa riferimento a modelli in grado di descrivere i differenti approcci, propri di diverse scuole di pensiero, riguardo alla stabilità di un ecosistema. In altri termini faccio riferimento ai lavori di Mary Douglas e Michael Tompson e alle diverse possibili concezioni della natura di fronte ai fenomeni perturbativi. Per alcune popolazioni (espansionisti) la natura è in grado di rispondere a tutti i fenomeni perturbativi ritrovando l’equilibrio; in altri approcci invece la natura non può rispondere a nessun fenomeno perturbativo. Un terzo approccio invece pensa che la natura possa, entro certi limiti, far fronte ad alcuni fenomeni perturbativi, superata una certa soglia, però, l’equilibrio viene perso (concezione dirigistica).
R: Questi modelli sono molto interessanti. Anche l’Istituto biomimetico ne ha elaborato uno: per noi la natura è come una sfera che si sposta liberamente e che l’uomo cerca di richiudere all’interno di un cubo. Sfortunatamente una sfera chiusa in un cubo perde le sue proprietà di adattabilità e di risposta agli agenti perturbanti, in altri termini da un lato è complicato confinare una sfera in un cubo, dall’altro lato è un’azione senza senso in quanto contraria alle caratteristiche dell’â€oggettoâ€.
Le interviste sono state realizzate da:
Giacomo Chiesa, Valentina Marino, Lorenzo Savio, Yu Wei, Zhang Yu, Giulia Bonomi






























